Buongiorno e bentornati su Spicchiodiarancia, oggi parleremo dell’ultimo romanzo di Dario Ferrari, L’idiota di famiglia, uscito a febbraio 2025 per Sellerio.
I lettori più affezionati di questo blog sapranno quanto ho amato La ricreazione è finita, uno dei miei libri preferiti, a cui torno periodicamente, oltre ad essere il romanzo che consiglio a chiunque mi chieda cosa leggere. Proprio per questo motivo ho accolto la notizia dell’uscita de L’idiota di famiglia come si attende il suono della campanella l’ultimo giorno di scuola, e devo dire che non sono rimasto per niente deluso.
Partiamo per gradi e iniziamo dall’autore. Dario Ferrari nasce a Viareggio nel 1982, dopo un dottorato in Filosofia è diventato insegnante al liceo e adesso vive a Roma. Il suo primo libro, La quarta versione di Giuda, è uscito nel 2020, mentre La ricreazione è finita è stato pubblicato da Sellerio nel gennaio del 2023, diventando uno dei casi letterari più interessanti e discussi dell’anno.
La trama
L’idiota di famiglia racconta le vicende di Igor, traduttore quarantenne che vive a Roma con la compagna Marta, scrittrice di saggi femministi. Il lavoro di Igor consiste nel cercare di essere il più invisibile possibile, tradurre significa questo: non mostrare tracce del tuo passaggio. I romanzi che traduce sono spesso mediocri e anche lui, come Marta, avrebbe voluto diventare uno scrittore, ma come spesso gli capita ha dovuto desistere.
La sua routine nella capitale viene stravolta da una chiamata: la sorella Ester ha bisogno che rientri a Viareggio, il padre, Franco Nieri, ex insegnante di storia e filosofia soprannominato Herr Professor per la sua severità, sta perdendo lucidità a causa della demenza.
Rientrato a Viareggio la vita di Igor cambia profondamente, qui ritrova le dinamiche familiari che aveva felicemente superato: il rapporto conflittuale con un padre che ha sempre rappresentato un modello irraggiungibile, i ricordi dolorosi della scomparsa della madre e la presenza della sorella, a cui si è aggiunto anche il figlio Cosmo, bambino sveglio e terribilmente giudicante. Come se non bastasse su questa situazione piomba anche una crisi con Marta, figlia in parte del suo successo (che Igor stenta ad accettare) e di una serie di tentativi falliti nel cercare un figlio insieme.
Relegato nella città da cui era fuggito, tra traduzioni, pomeriggi al parco con il nipote e il progressivo peggioramento della condizione del padre, Igor ripercorre le tappe del suo passato nel tentativo di elaborare il rapporto con Herr, tra aneddoti esilaranti e la costante percezione di non essere mai riuscito a soddisfarlo.
Per tutta la vita la figura del padre è stata molto ingombrante per lui, condizionando le sue scelte scolastiche, le sue passioni e il suo pensiero politico, fino a quando quasi per rigetto ha deciso di dedicarsi alla traduzione, ma non una qualsiasi: quella dall’inglese e nello specifico da autori americani, lo schiaffo peggiore per un comunista appassionato di letteratura russa come il Nieri.
Anche in questo momento, quando finalmente pensava di essersene svincolato fuggendo nella capitale , Herr è tornato suo malgrado a condizionargli la vita. Questa volta, però, ha in serbo una sorpresa. In uno dei rari momenti di lucidità chiede ad Igor di occuparsi dell’Indifeso fervore, un romanzo nel cassetto che ha bisogno di essere “tradotto” dalla confusione mentale del Nieri. Si tratta di un romanzo storico basato sulle Giornate Rosse di Viareggio, l’insurrezione popolare che portò all’istituzione della Repubblica di Viareggio tra il 2 e il 4 maggio 1920. Il libro prende spunto proprio da questo evento realmente accaduto e si sviluppa lungo le tre giornate in cui la città sfidò il Re, animata dal sogno del bolscevismo e dalla voglia di libertà.
Da questo punto, quindi, si apre un romanzo nel romanzo in cui seguiamo le avventure del giovane sognatore Idargo.

Considerazioni personali
Mi sono approcciato a questa lettura con ancora in mente le emozioni che mi aveva trasmesso La ricreazione è finita, e già dopo l’incipit mi sono ricordato per quale motivo mi fosse piaciuto così tanto, mi si è stampato in faccia un sorriso che mi ha accompagnato per tutte le sue 528 pagine.
Quando leggo un romanzo di Dario Ferrari ho come l’impressione che sia scritto proprio per me, come se fosse una lunga chiacchierata con un amico. L’idiota di famiglia è un romanzo stratificato, un cocktail di più registri, in cui si passa dal comico al malinconico nel giro di poche righe. Riesce a far ridere senza risultare superficiale, è pieno di citazioni dosate alla perfezione che spaziano da Dostoevskij a Celine passando per Massimo Pericolo, e offre moltissimi spunti di riflessione al lettore sui temi più disparati.
Tra i vari temi ho apprezzato molto quello dell’incomunicabilità, che permea i personaggi principali. Herr, Igor e Marta nella loro vita lavorano o hanno lavorato con le parole eppure non riescono ad esprimere i propri stati d’animo, rifuggendo in un orgoglioso silenzio. C’è qualcosa di paradossale e di profondamente umano in questo e Ferrari riesce a restituire questa dinamica lasciando che emerga dai silenzi, dagli scambi mancati, dalle conversazioni che sembrano andare in una direzione e finiscono altrove.

Molto divertente anche il quadro dissacrante del mondo dell’editoria con tutte le sue contraddizioni e personaggi pittoreschi. L’autore conosce bene quell’ambiente e si vede: dopo aver sviscerato il mondo universitario ne La ricreazione è finita, qui si sposta nell’editoria con la stessa precisione chirurgica.
Ho apprezzato molto anche il lato politico del romanzo, evidente sia nella trama principale che nell’Indifeso fervore. In quest’ultimo in particolare la politica non è sfondo ma motore narrativo: le Giornate Rosse di Viareggio diventano il palcoscenico su cui Ferrari esplora il rapporto tra ideali collettivi e realtà, tra il sogno e l’illusione.
Ciò che più mi ha colpito, però è sicuramente il tema dell’invisibilità di Igor. A mio parere L’idiota di famiglia è proprio un romanzo sull’arte di fare da sfondo, di essere il gregario in un mondo di numeri 10. Il lavoro di Igor è emblematico in questo senso: tradurre significa sparire, un traduttore lavora bene quando il suo passaggio non si vede, non c’è protagonismo in questo. Questa sua caratteristica è esplicitata già dall’epigrafe che apre il romanzo, il verso iniziale della canzone How To Disappear Completely dei Radiohead: “That there, that’s not me”. La scelta non è casuale, rappresenta quella sensazione di osservare la vita scorrere come uno spettatore.
La trasparenza di Igor non è limitata alla professione, è una condizione esistenziale. Si vede nella vita familiare, dove è l’amanuense chiamato a dare forma all’opera incompiuta del padre. Si vede nel suo rapporto con la paternità, che desidera ma non riesce ad afferrare, accontentandosi del ruolo di zio. Si vede nel rapporto con Marta, di cui è il compagno nelle retrovie, quello che sognerebbe di essere Don Chisciotte ma finisce sempre in panchina.
L’idiota di famiglia sembra la prosecuzione naturale de La ricreazione è finita, si inserisce nel suo solco e ne ampia gli orizzonti. Anche qui ritroviamo protagonisti incompiuti, satira, registro comico, ruolo della politica, relazioni familiari, il legame con la città di Viareggio e un doppio strato narrativo. È difficile incasellare questo romanzo in un genere e questo è probabilmente un suo grande pregio. È una lettura che consiglio a tutti i lettori del blog a prescindere dalle vostre abitudini letterarie e ringrazio Dario Ferrari, perché da ora quando qualcuno mi chiederà un consiglio avrò due libri da suggerire.

Ottima recensione la condivido tutta, viva idargo…