Buongiorno e bentornati su Spicchiodiarancia, oggi parleremo di Lonesome Dove, il capolavoro dello scrittore statunitense Larry McMurtry
Lonesome Dove, pubblicato da Larry McMurtry nel 1985 e vincitore del Premio Pulitzer l’anno seguente, è il cuore di una quadrilogia che l’autore avrebbe completato nei decenni successivi, con tre romanzi che ne esplorano il prima e il dopo. È un romanzo lungo quasi mille pagine, ma che scorre veloce quasi senza accorgersene, è ambientato nel West americano della fine dell’Ottocento, ma dire che è un western sarebbe riduttivo, quasi fuorviante. Mi ci sono approcciato con l’aspettativa di leggere l’epopea della frontiera americana ma ho scoperto come McMurtry prenda questo mito per smontarlo pezzo dopo pezzo e restituirci qualcosa di più vero e più malinconico: la storia di uomini che inseguono un orizzonte sapendo già, in fondo, che non troveranno quello che cercano.
Il romanzo si apre con questa epigrafe di Thomas Whiple tratta dalla raccolta di saggi Study Out The Land, la citazione recita: “Tutta l’America si trova in fondo ad una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che sognarono e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo”. In questa parole è contenuto già tutto il messaggio che McMurtry ci regala nel romanzo, ma andiamo per gradi e partiamo dalla trama

La trama
Nella piccola città di Lonesome Dove, al confine tra il Texas e il Messico vivono Augustus McCrae e Woodrow Call due ex ranger ormai ritirati, che negli ultimi anni si sono dedicati alla vendita di bestiame con con il loro piccolo ranch, la Hat Creek Cattle Company. Qui lavorano oltre ai due ranger anche il fidato Pea Eye, Deets, il giovane Newt e il cuoco Bolivar. Augustus passa le sue giornate alla ricerca di un briciolo d’ombra in cui godersi del buon whiskey, mentre Call e gli altri membri della Hat Creek si spezzano la schiena sotto il sole cocente.
Gli anni della guerra civile sono lontani, quella striscia di terra è ormai priva sia di banditi che di nativi e le giornate dei due ex ranger scivolano via lente e monotone come l’acqua del Rio Grande. Questo equilibrio si spezza quando dopo una lunga assenza torna a Lonesome Dove un vecchio compagno di armi, Jake Spoon, che in fuga da uno sceriffo cerca ospitalità dai suoi vecchi amici. È proprio Jake a raccontare ad Augustus e Call dei lussureggianti pascoli del Montana, a nord dello Yellowstone, dove nessuno ha ancora condotto una mandria e dove non esistono ranch. Questa piccola scintilla riaccende quella passione mai del tutto sopita nel cuore di Call, stanco della monotonia della vita a Lonesome Dove si decide: raduneranno una mandria di bovini e li guideranno a Nord per le mille miglia che separano il Texas dal Montana.
Il viaggio verso nord è il cuore pulsante del romanzo. McMurtry ci catapulta tra i cowboy e con lui seguiamo la mandria attraverso fiumi in piena, tempeste di sabbia e pianure sconfinate, ma è sullo sfondo che accade la cosa più interessante: ogni personaggio, lentamente, rivela se stesso. C’è chi non arriverà mai in Montana, chi ci arriverà ma non nel modo che si aspettava, chi perderà tutto lungo la strada. Il West che racconta è bello e crudele in egual misura, e il viaggio verso nord diventa un’ultima corsa verso qualcosa che forse non esiste più, ma che vale comunque la pena inseguire.

Considerazioni personali
Il romanzo è ambientato alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, poco dopo la sconfitta del generale Custer a Little Bighorn nel 1876, uno degli ultimi episodi di resistenza Sioux prima della definitiva sottomissione. La frontiera americana, quella linea mobile che separava i territori colonizzati dagli Stati Uniti da quelli ancora non ancora strappati alle popolazioni native stava ormai volgendo al termine.
Basti pensare che nel 1890 per la prima volta, il censimento americano registrò che i territori a ovest erano così densamente popolati da non avere più una vera linea di frontiera. Nel 1893 lo storico Frederick Jackson Turner presentò alla World’s Columbian Exposition di Chicago il suo saggio The Significance of the Frontier in American History, sostenendo che la chiusura della frontiera segnava la fine dell’epoca più importante della storia americana. Da quel momento in poi la frontiera ha smesso di essere una linea “fisica” e si è sedimentata nell’identità nazionale degli Stati Uniti, prendendo via via con il tempo nuove accezioni: la Corea, la Luna, il Vietnam e così via fino ad oggi.
Quel destino manifesto coniato nel 1839 dal giornalista John O’Sullivan per indicare la convinzione che gli Stati Uniti d’America avessero la missione divina di espandersi nel Nord America e di diffondere i loro valori di libertà e democrazia non ha mai esaurito la sua spinta propulsiva, si è radicato come mito fondativo dello stato e della sua popolazione. Una volta esaurito il territorio da colonizzare il popolo americano ha dovuto e voluto cercarne altri, proprio in nome di questa missione divina che di sacro ha ben poco.
Il romanzo di McMurtry si va ad incasellare proprio in questo periodo storico, quando si percepisce che l’epopea della colonizzazione ormai è giunta al termine. Lo si capisce da come vengono descritti i nativi, ormai privati quasi totalmente di territori e risorse, falcidiati da quella colonizzazione che ha assunto sempre più i connotati di un genocidio, lo si capisce anche dall’atmosfera generale del romanzo, da quella malinconia di fondo che non abbandona mai del tutto la pagina. McMurtry descrive un West che non ha niente di eroico, la violenza è gratuita, la natura è indifferente, la morte arriva spesso senza senso e senza preavviso. È un mondo che si sta svuotando di significato, e i personaggi lo sentono anche quando non riescono a dirlo.
Tra gli elementi che rendono questo romanzo un capolavoro ci sono, oltre alla decostruzione del genere western come lo conosciamo, anche e soprattutto la caratterizzazione dei personaggi, così magistrale da riuscire a far entrare il lettore in sintonia con tutti i personaggi, da farlo empatizzare anche con le figure di secondo piano. Inoltre la scrittura di McMurtry è lenta e paziente, nel senso migliore del termine. Non ha fretta di arrivare da nessuna parte, e questa lentezza non è un difetto ma una scelta precisa: il ritmo del romanzo rispecchia il ritmo del viaggio, fatto di giornate interminabili sotto il sole e di silenzi. La sua è una scrittura che definirei cinematografica, le descrizioni rendono le immagini nitide nella mente del lettore e i dialoghi rendono più scorrevole il ritmo della narrazione.
Come detto precedentemente Lonesome Dove è il cuore di una quadrilogia composta da re altri romanzi che raccontano le vicende precedenti e successive a questo romanzo: Le strade di Laredo (1993), Il cammino del morto (1995) e Luna Comanche (1997). I romanzi si possono leggere in ordine di uscita, con Lonesome Dove come punto di partenza, oppure in ordine narrativo partendo da Il cammino del morto, poi Luna Comanche, Lonesome Dove ed infine Le strade di Laredo.
Pur essendo un libro di quasi mille pagine è stata una lettura davvero piacevole che mi ha coinvolto sin dai primi capitoli, commuovendomi sul finale e facendomi innamorare di questo genere che sicuramente approfondirò nelle mie prossime letture.
“Io parlo di vivere, non di morire. Poco importa dove muori, importa dove vivi.”
